mercoledì 22 maggio 2013

Stile da red carpet

In Costa Azzurra c'è sempre il sole! Così mi avevano detto prima che partissi e così dicono tutti i siti e blog più o meno turistici. Sarà... evidentemente sono stata sfortunata io, visto che da quando sono qui non ha fatto altro che piovere! (D'altronde, ha piovuto anche quando sono tornata in Italia a marzo, ha piovuto quando ero alle Hawaii, ha fatto due gocce anche il primo giorno a Disneyland, ha diluviato per giorni quando siamo tornati a maggio... comincio a pensare che sia colpa mia)
Tra l'altro, con tutta sta pioggia qui si sono moltiplicate le zanzare, si sono organizzate in squadroni della morte e sono pronte ad attaccare appena fai il minimo tentativo di mettere il naso fuori dalla porta.

Comunque, approfittando di un timido sole apparso nei giorni scorsi ho iniziato a organizzare la mia giornata a Nizza: armata di guida, elenco di cose da vedere e mini tour "Nice in one day", ero prontissima a prendermi il meglio di questa città sfruttando le pochissime ore a mia disposizione. Ma non avevo fatto i conti con la congiuntura astrale, evidentemente contro il mio segno. Mi sono dimenticata di ascoltare Paolo Fox ieri. Lui che SA, chissà se avrebbe previsto anche la serie di sfighe a cui sono andata incontro.
[in compenso, in quello di oggi sottolinea che ho la luna opposta, ma che a differenza di ieri, oggi la giornata inizia con auspici migliori. Quindi lo sapeva davvero!]

Se mai verrete in Costa Azzurra (e senza un'auto con cui girare per i mille paesini della zona) sappiate che i bus costano pochissimo (con 1,50 € arrivi più o meno dappertutto) ma ne passano pochi. Pochi davvero. Mi spiego meglio: il servizio urbano all'interno delle varie città funziona alla grande, ma se dovete spostarvi (come me) da un micro paesino di provincia ad una delle città un po' più grandi organizzatevi bene o rischiate di aspettare ore alla fermata del bus.
Se superate questo primo ostacolo e arrivate alla gare routière di Grasse ad esempio, da cui partono poi i pullman per Nizza e Cannes, rischiate di trovare l'autostazione deserta, fatta eccezione per un mini bus e qualche disperato seduto per terra in attesa di autobus che, a quanto pare, non arriveranno mai. Un foglio A4 appeso a una porta di uno stabile in disuso (al momento stanno lavorando per spostare l'autostazione vicina alla stazione dei treni, che non è proprio una mossa stupida) dice qualcosa tipo "Lo sciopero di mercoledì 15 maggio potrebbe avere ripercussioni anche nei giorni seguenti" e sotto un elenco delle linee coinvolte per le quali non sono garantite corse (cioè tutte quelle che potevano fare un po' comodo a me, ovviamente).
Anyway... "ripercussioni anche nei giorni seguenti". Qua si parla di una settimana dopo.
Al primo che sentite lamentarsi dello sciopero dei bus in Italia (durante il quale sono comunque garantite la maggior parte delle corse) raccontate questa storia.

Magari vi starete chiedendo (o magari anche no) perché non ho preso il treno per arrivare a Nizza, decisamente più costoso ma sicuramente più comodo. Dicendo "decisamente più costoso" ho in parte risposto alla domanda [sono pur sempre una disoccupata squattrinata, e quando posso vado al risparmio]. Ma il problema principale in realtà è che le piogge di marzo hanno causato una frana che ha interrotto il collegamento ferroviario Grasse-Cannes [non esagero mica quando dico che piove sempre!]. Quindi, per arrivare a Nizza avrei dovuto prendere un bus dall'autostazione alla stazione, un pullman dalla stazione di Grasse a Cannes e un treno da Cannes a Nizza. Tempo di percorrenza: circa 3 ore. Comodo no?

Alla fine ho optato per un giretto nella più vicina Cannes, che ok.. non era comodissima da raggiungere lo stesso (bus+pullman all'andata, pullman+bus+bus al ritorno), ma col Festival in corso sai mai che incontro davvero qualche star e pongo fine ai miei problemi economici?
Intanto, devo ammettere che rispetto alla prima volta che ho visto Cannes (non mi era piaciuta granché) mi sono dovuta ricredere: oltre alle zone super super chic (lungomare e Rue d'Antibes in particolare) che pullulano di negozi inavvicinabili, ho gironzolato per Rue Meynadier, strada molto più turistica (se volete comprare i classici souvenir, andate lì) e alla portata, con bellissimi negozietti d'artigianato ce n'è uno con saponette e docciaschiuma a forma di bottiglie d'olio, pezzi di formaggio e macarons, bellissimo!) e prodotti locali.
Mi sono anche arrampicata su per la salita (a saperlo, avrei fatto acquisti dopo) che porta all'Eglise Notre-Dame d'Espérance e al quartiere più vecchio di Cannes, con bellissimi vicoli, scalinate e viste spettacolari della città dall'alto.



Ovviamente, nei giorni del Festival non poteva mancare un giro sulla Croisette. La prima cosa che si nota è l'assoluta mancanza di buon senso nell'abbigliamento della gente: ho visto cose...che a raccontarle non mi credereste! Ragazze addobbate e truccate in modo assurdo, che quando le vedi speri almeno che stiano per partecipare a un qualche servizio fotografico che giustifichi, almeno in parte, la scelta di conciarsi in quel modo (ma non sono sicura che fossero tutte modelle). E poi, dopo un po' che passeggi tra tutta sta gente fighettissima (chi mi conosce sa che io sono tutt'altro che stilosa), ti accorgi che per uniformarti anche tu ti stai un po' atteggiando, camminando con passo deciso, mento in alto, vento tra i capelli... Smettiamo subito!


Verso l'ora di pranzo mi sono fatta un giretto al porto: navi enormi e tirate a lucido, con lo zerbino per pulirsi i piedi prima di salirci e uno squadrone di camerieri e bodyguard all'opera. Mi sono fermata davanti a una bella nave viola, incuriosita più che altro dalla folla armata di macchine fotografiche e telecamere appostata lì davanti. Evidentemente, stavano aspettando una qualche celebrità, ma il bello è che nessuno sapeva chi. Nessuno. Tranne l'autista di un macchinone parcheggiato lì accanto, che tanto non poteva dirlo (e sembrava anche divertirsi un bel po'). Quindi poteva davvero esserci chiunque su quella nave. E mentre tutti stavano con gli occhi puntati alla nave, a osservare le mosse di bodyguard e assistenti vari [si sentivano frasi tipo "Guarda, stanno portando fuori una borsa!"] lei è arrivata in macchina dalla strada, fregando tutti. E con lei intendo Sharon Stone (che lì per lì, lo ammetto, non avevo nemmeno riconosciuto).
E io che speravo di incontrare Di Caprio... che me ne fo' di Sharon? Al massimo posso chiederle di insegnarmi ad accavallare le gambe in modo sexy, ma non so fino a che punto possa servirmi.


Anyway... manca una settimana al grande ritorno e ora si tratta di capire come infilare tutto in valigia. Tutto: guardaroba autunno/inverno/primavera/unpo'd'estate, i mille libri che mi sono portata dietro convinta di leggere chissà quanto, tutte quelle cose che ho preso da Bologna perchè nonsisamai e che, indovinate un po'?, non ho mai usato, gli acquisti, i regali, altri acquisti.
Mi rendo anche conto che quello delle valigie comincia a diventare un tema ricorrente nei mie post, come se non facessi altro che impacchettare la mia roba e portarla in giro.
Il che, pensandoci bene, non è poi così lontano dalla realtà.

[Ah, ecco la vignetta di Snoopy di cui parlavo qui]

giovedì 16 maggio 2013

Stay cool

C'è una frase [ora non ricordo se è una striscia con Snoopy, o una di quelle citazioni attribuite a personaggi più o meno reali che girano su facebook] che dice qualcosa tipo "se ti fai la stessa domanda alle 3 di notte o il mattino dopo, avrai due risposte diverse".
Penso che lo stesso valga se sei ubriaco (io sono astemia, ma sappiamo tutti che effetto può avere l'alcol sul potere decisionale delle persone). O se stai sorvolando da sola l'oceano con un lunghissimo volo intercontinentale, durante il quale hai tantissimo tempo per pensare, soprattutto se i tuoi compagni di viaggio ti rendono difficilissimo addormentarti per più di venti minuti consecutivi [a questo proposito, ci tengo a ringraziare in particolare la ragazza che doveva andare in bagno proprio quando io ero appena riuscita a chiudere gli occhi, e la signora dietro di me che ogni volta che doveva alzarsi per fare pipì - spesso, molto molto spesso - si aggrappava allo schienale del mio sedile scuotendolo come se fossimo in preda a chissà quale turbolenza].

Pensieri e domande, dicevo. Quel che è certo è che se la risposta che uno si dà è sempre la stessa, sia che siano le 3 del mattino o le 2 del pomeriggio, sia che si stia sorvolando una nuvola o che i piedi siano ben saldi a terra, allora in teoria quella è la risposta giusta.
La pancia, lo stomaco, lo sanno sempre con un certo anticipo quello che è giusto.
Ok, forse giusto non è la parola adatta. Diciamo "quello che vogliamo", ecco (che poi sia giusto o meno lo scopriremo solo vivendo).

Tra le decisioni che ho preso/sto prendendo in questo periodo, la più grossa al momento riguarda la scelta di interrompere questa esperienza au pair. Ci pensavo già da un po', e probabilmente stare dall'altra parte del mondo con un altro fuso orario, così lontana da tutto e tutti, ha amplificato e accelerato quello che già sentivo di voler fare.
Non mi dilungherò troppo sulle motivazioni [se vi interessano davvero, sapete dove trovarmi], che potrei riassumere principalmente con: differenze di vedute, stile di vita moltotroppo lontano dal mio, bambini amichevolmente soprannominati piccolidemoni, Emily Gilmore (chi conosce la serie tv capirà sicuramente cosa intendo), loneliness, fastidi vari ed eventuali.

Ai più potrà sembrare una scelta assurda o poco comprensibile. La cornice della Costa Azzurra, le Hawaii, una grande casa, una vita abbastanza facile... Ma appunto, si tratta di cornice. Viverci è tutta un'altra cosa, trust me!
Quindi, come canta il buon Bublé (questa ce l'ho in testa da giorni): I'm coming back home...
Entro la fine del mese pesterò nuovamente (forse provvisoriamente, chi può dirlo!) la terra italiana.
Tra le prime cose che farò: abbracci, tanti tanti abbracci.
E poi devo andare a cambiare la pila al mio orologio,che ha deciso di fermarsi ieri alle 6 del mattino [e lo so che non vi interessa, ma se lo scrivo qui magari mi ricordo di farlo]. E voglio girare per Bologna, mi manca. Voglio dormire fino a tardi e passare una giornata intera in pigiama; e mangiare la Nutella direttamente dal barattolo. E non preoccuparmi se mi scappa qualche parolaccia [non che io sia una persona volgare, ma ogni tanto ci sta, di dirne qualcuna].
Alla fine mi accontento poi di piccole cose, no?

Nel frattempo cerco di prendere il meglio dagli ultimi giorni qua, ad esempio andando a Nizza: è assurdo che in 5 mesi - 4 considerando quello negli States - non ci sia ancora stata, se non per brevi passaggi all'aeroporto.
"Perché non vai a Cannes?" - mi è stato chiesto - "C'è anche il Festival in questi giorni! Magari incontri Di Caprio"
Magari. Già mi ci vedo a prenderlo allegramente sottobraccio, invitarlo a bere un caffè e convincerlo con tutto il mio charme a mollare la supermodella di turno con cui sta, sposare me e porre così fine ai miei problemi!


domenica 12 maggio 2013

A whole new world

E così, dopo un mese alle Hawaii mi sono fatta anche tre giorni a Disneyland Los Angeles!
Inizio dicendo: che F I G A T A!
Oltre ad essere catapultati nelle storie Disney, alloggiare in uno degli hotel del resort permette di staccarsi completamente dalla realtà. Ci si sente davvero circondati da una considerevole dose di allegria: stelle dappertutto, canzoni in filodiffusione che ti entrano in testa irrimediabilmente (la peggiore da questo punto di vista è It's A Small World. L'ho sentita la prima volta sei anni fa a Disneyland Paris ed è impossibile dimenticarla. Cliccate qui, se volete farvi un'idea). E ancora: mille negozi in cui perdersi (e in cui perdere tutti i soldi: fortunatamente avevo esaurito lo spazio in valigia e mi sono imposta di non comprare altri Stitch, considerando quanti ne ho a casa), ristoranti a tema per ogni gusto (cenare al Rainforest Cafè, circondati da gorilla, elefanti e libellule giganti, fa un certo effetto), deliziose bakery e bancarelle di ogni genere.

Non bastano tre giorni per vedere tutto (le file per certe attrazioni sono davvero troppo lunghe), ma rispetto al tour de force a cui costrinsi il mio ex ragazzo all'epoca (avevamo anche trovato un biglietto bazza per visitare tutti e due i parchi francesi in un solo giorno. Ed era la settimana di ferragosto) questa volta è stata una passeggiata!

La cosa più bella di Disneyland è la velocità con cui si passa da un mondo all'altro, dalle principesse a Darth Vader, dalle montagne russe alla giostra coi cavalli. Ed è così che ho iniziato aiutando Buzz Lightyear sparando raggi laser a destra e a manca, per poi ritrovarmi in una navicella guidata da C-3PO, e poco dopo a bordo di un sottomarino giallo in compagnia di Nemo e Dori ["zitto e nuota, nuota e nuota"], ho incontrato Jack Sparrow, pranzato con cibo messicano a New Orleans, mi sono arrampicata sugli alberi di Tarzan con la mia nuovissima tiara da principessa in testa... ed è stato impossibile non pensare ad Amy.


Ho vinto una gara sulla macchina di Cars (dopo essermi imbattuta in un guasto tecnico che ha stoppato l'attrazione per un'ora con noi in fila), ho rivissuto per tre volte la storia di Ariel, cantando "in fondo al maaar, in fondo al maaaar" mentre tutti gli altri cantavano deep in the sea, e ho riso da sola pensando alle aggiunte fatte da me e miglioreamica/roomie/colonna portante [dai, cacchio! Baciala!], ho fatto il giro della morte sulle montagne russe e poi ho pranzato con un simil-ragù bolognese e "volato" sopra la California, ho cercato la porta di Boo insieme a Mike e Sully (che ho intravisto, morbidosissimo), ho letto un libro nella biblioteca della Bestia e cantato per Ursula (che fortunatamente non ha voluto le nostre voci...posso capirla!). 
E poi ho cantato per tre giorni interi "A whole new world" (una delle poche che so anche in inglese)



ho preso un caffè (chiamiamolo così) in un bar a tema Mary Poppins, ho visitato la casa di Mickey Mouse (che continua a starmi parecchio antipatico) e assistito a un incredibile spettacolo di acqua, musica e colori.. e anche se non ho visto Stitch e non ho fatto in tempo ad abbracciare Sully, ho affrontato la Tower of Terror, accuratamente evitata a Parigi (ma se può farcela un bambino di 4 anni, posso farcela anche io!) e ho visto tre ragazzi aggiudicarsi i posti su una delle giostre giocando a Rock Paper Scissors Lizard Spock. Mitici!

Adesso non mi resta che riprendermi dal jet lag (il passaggio Hawaii-Los Angeles-Londra-Nizza mi ha destabilizzata non poco) e affrontare i prossimi giorni [seguirà post] con un bagaglio di ricordi incredibili e con la consapevolezza che (grazie Cla e C.S. Lewis) "There are far, far better things ahead than any we leave behind".

domenica 5 maggio 2013

Altro che Tom Cruise!

Scommetto che dal titolo adesso vi aspettate un post dedicato a qualche baldo giovane surfista locale più bello di Tom Cruise (che a me, tra l'altro, nemmeno piace!). E invece no, nessuna news rilevante da quel punto di vista (continuano ad approcciarmi solo ultra40enni).

Stasera (stamattina/oggi pomeriggio... col fuso non ho idea di che momento della giornata sia per voi che leggete) voglio parlarvi della mission impossible che mi trovo a dover affrontare in queste ore: RI-fare la valigia, dopo quattro settimane di Hawaii e shopping *comesenoncifosseundomani*
Nello specifico, in una valigia già abbastanza piena all'andata [come al solito ho usato sì e no un terzo delle cose inutili che mi ero portata, come ad esempio tutte quelle maglie questalaportoperchènonsisamai e un paio di scarpe in più perchèmettichepioveelemiesibagnano] ora devo far entrare il contenuto di questa shopper
(sì, ci vedete bene, è grande quasi quanto la metà del trolley)
e anche tre vestiti e due maglie. E non dimentichiamo la giacca di pelle (ok, non è enorme, ma..) che avevo all'andata (quando sono partita in Francia il tempo era decisamente inclemente) ma che non posso nemmeno immaginare di mettere lunedì viste le temperature considerevolmente più elevate qui e a Los Angeles (dove ci fermeremo qualche giorno prima di tornare definitivamente in Europa).

Riflettendo sulla partita a tetris che sto per iniziare, mi sono trovata a canticchiare nella mia testa la musichetta di Mission Impossible

e so che adesso la starete canticchiando anche voi, immaginandomi mentre mi presenterò all'aeroporto di Honolulu con addosso tre maglie, la giacca (lo so che in valigia non ci starà MAI), una valigia più pesante di me, il bagaglio a mano e una borsa con dentro tutto il possibile pensabile. Leggera, soprattutto.

Del resto, non sono nuova a scene del genere.
Come non ricordare la memorabile notte all'aeroporto Stansted di Londra, con la sottoscritta e le sue amiche Fra e Siza accampate in un angolo e impegnate nel disperato tentativo di non sforare col peso del bagaglio Ryanair (rischio corso quando alle 5 ha aperto Claire's e le nostre tre eroine, non soddisfatte della tre giorni di shopping londinese, si sono trovate a comprare ANCORA)! Bello poi presentarsi al check in con un'enorme felpa addosso e un'altra (quella che non ci stava nè nello zaino nè in valigia) legata in vita.
Metti che poi ci viene freddo sull'aereo?!

Ma anche la mia partenza a gennaio per la Francia non è stata da meno! In questo caso, un ringraziamento speciale va alla mia *best friend/roomie/colonna portante* per avermi prestato lo zaino più grande che io abbia mai visto (di quelli che se ti ribalti non ti rialzi più) e soprattutto per avermi aiutata a far entrare tutto questo:
qui:

Tra l'altro, ho ripescato queste due foto dalla mia pagina facebook e vorrei citare un paio di commenti che mi sono stati fatti in quell'occasione: "Per esperienza taglia sulle tshirt. Si finisce sempre per comprarne mille", seguito da un "Concordo, metti che poi ne compri qualcuna...".
"Qualcuna"
...ehm...

Se conoscete qualcuno che noleggia furgoni a buon prezzo fatemelo sapere, quando tornerò in Italia potrei averne bisogno!

venerdì 3 maggio 2013

Con un fiore in testa a festeggiare

"May Day is Lei Day in Hawaii"

Ho scoperto che il primo maggio qui alle Hawaii è "Lei Day", un evento annuale con cui si celebra uno dei simboli hawaiiani: il tradizionale Lei, la ghirlanda di fiori.
Fiori dappertutto, quindi. O almeno così mi aspettavo, immaginando coloratissime bancarelle ovunque... E invece ho scoperto che a Waikiki la festa era concentrata nel Queen Kapiolani Regional Park (un parco immenso, comunque), con un bel mercatino di artigianato locale (c'era davvero di tutto e per tutte le tasche, da gioielli elaboratissimi, costosissime ghirlande di fiori e vari oggetti in legno intagliato a mano, a pacchianissime mollette con fiori di plastica, magliette... e tanto, tantissimo cibo) e uno spettacolo dedicato alla Lei Queen 2013, con musica, fiori, esibizioni e hula dancers.





Girovagando in internet, ho letto che l'idea di istituire il Lei Day è stata partorita da un certo Don Blanding, poeta che all'epoca (correva l'anno 1927) scriveva per l'Honolulu Star Bulletin e che in un articolo deve aver buttato lì una frase del tipo "Ma perchè non ne facciamo una festa nazionale?". Al suo collega Grace Tower Warren è poi venuta in mente la frase "May Day is Lei Day", usata ancora oggi in tutti i siti e in tutti gli articoli dedicati a questa giornata [e io non potevo sicuramente essere da meno!]

D'obbligo quindi approfittare di questa giornata per agghindarsi con fiori e ghirlande (io mi sono accontentata di un fiore tra i capelli), assistere a qualche esibizione e pranzare nel parco all'ombra di un albero con un panino pieno di Kalua Pork (o con qualche altra specialità locale, un'area del parco era piena di stand di cibo profumatissimo - e non). Ho anche visto gente pranzare con un enorme Shave Ice (una granita, in pratica). Ma enorme, davvero! Quella tipica hawaiiana è color arcobaleno

 ..e a quanto pare piace anche a Obama

Tornando a fare le persone serie (solo per un attimo), mi sono un po' informata e ho scoperto che  regalare un lei ha un significato speciale: vale sia come saluto [tutti si aspettano di essere accolti all'aeroporto con una collana di fiori come segno di benvenuto], ma anche come segno dell'amore e del tempo dedicato alla creazione della ghirlanda (alcune sono davvero complicate) e quindi alla persona che la riceve. Regalare un (o una?) lei può significare amore, amicizia, affetto, auguri (di vario tipo: vengono infatti usate ad esempio per lauree, matrimoni, funerali e nascite), ma in ogni caso queste ghirlande di fiori sono messaggi di pace.
Peace & Love!
Tra l'altro, leggevo da qualche parte che per tradizione chi ne riceve una non dovrebbe togliersela finché chi gliel'ha regalata è nei paraggi (siete avvisati!).

Approfitto di questo post *semiserioculturale* per parlarvi anche del significato dell'Aloha.
Molto più di un semplice ciao, significa infatti affetto, amore, pace, compassione e misericordia.
Mi fido di quello che ho trovato online (mi sono letta un sacco di siti, spero di non dire qualche ca**ata adesso) per dirvi che il significato profondo di Aloha nel linguaggio hawaiiano è "la gioia di condividere (alo) l'energia vitale (ha)": vivere gioiosamente insieme, quindi, condividere la gioia di vivere, e ancora "Amare è essere felici insieme".

Toda joia, toda beleza!

Lo spirito Aloha (da queste parti si può trovare la scritta Live Aloha più o meno ovunque) si riferisce quindi sia all'ospitalità per cui sono famosi gli hawaiiani (le persone qui sono davvero gentilissime, disponibili e sorridenti), sia ad un modo di vivere e trattare gli altri (e prima ancora se stessi) con amore e rispetto.

Cito Pilahi Paki, leader spirituale hawaiiana e attivista per i diritti, che disse: "lo Spirito di Aloha è il coordinamento della mente e del cuore ed è dentro l'individuo - è qualcosa che ti guida fino a se stesso, è necessario pensare e dirigersi verso il bene per gli altri. Mi permetto di offrire una traduzione della parola Aloha: A ste per Akahai, gentilezza, esprime tenerezza; L sta per Lokahi, unità, esprime armonia; O sta per Olu'olu, che significa gradevole, esprime piacevolezza; H è l'acronimo di Ha'aha'a, ed esprime modestia, umiltà; A sta per Ahonui, ed esprime pazienza, perseveranza"

[di più sull'Aloha qui]

Tante belle parole insomma, per esprimere quello che si percepisce davvero quando si gira per le strade hawaiiane: tranquillità, persone gentili e (almeno all'apparenza) felici, ospitalità, kindness: in qualsiasi negozio in cui mi sia capitato di entrare in queste settimane [e credetemi, se vedeste quanta roba ho comprato capireste che i negozi in questione sono TANTI] l'accoglienza è sempre stata calorosa, ma mai invadente. A differenza dell'Italia, dove commesse e commessi il più delle volte ti guardano in cagnesco chiedendoti se hai bisogno di qualcosa, qui si viene accolti con un sorriso e un "How are you today?", seguito da un interesse (che sembra) sincero. Tante volte mi sono trovata a raccontare a perfetti estranei da dove vengo e come mai sono approdata su quest'isola, cos'ho visto e cosa potrei ancora vedere.

Non solo oceano, fiori e surf! Ricorderò le Hawaii per i sorrisi delle persone, per quelli che si sono offerti di aiutarmi e per tutti gli aloha ricevuti in queste settimane. E poi, come posso non amare un posto in cui l'arcobaleno è parte integrante delle targhe delle auto?!

Aloha! :)

venerdì 26 aprile 2013

Surfin' USA

Lo dicevano anche i Beach Boys:

If everybody had an ocean
Across the U.S.A.
Then everybody'd be surfin'
Like California


Si può andare alle Hawaii e non prendere almeno una lezione di surf?!
Certo che no!
Non avendo a disposizione amici surfisti, e non avendo addocchiato nemmeno un valido surfista da intortare in spiaggia per farmi insegnare, qualche giorno fa passeggiavo sul lungomare di Waikiki (dove si incontrano per lo più neosposini in viaggio di nozze e famiglie con bambini) e passando davanti ad un chiosco con scritto Surf Lessons mi sono detta: "Perchè no?!"
Senza pensarci troppo, ho lasciato a una simpatica signora (ammetto che per i primi 5 minuti ero convinta fosse un signore..) 40 dollari per una lezione di gruppo alle 2 del pomeriggio (alla fine ero l'unica, e così ho risparmiato 60 dollari e ho avuto una lezione privata) e nell'attesa mi sono concessa una super colazione da Starbucks, una nuotata e della buona musica sotto il sole (e poi all'ombra di una palma).

Prima di tutto, Don (il mio simpaticissimo - e ormai non più giovanissimo - surf teacher) mi ha insegnato a stare in piedi su una tavola grande almeno il doppio di me. Tempo 10 minuti ed eravamo già al largo ad aspettare le onde (uno special thanks a David per aver portato la mia pesantissima tavola in acqua).
"Today is a good day to surf!": il sole, l'acqua limpida e il vento infatti, a suo dire, mi hanno regalato una perfetta prima lezione, con delle great waves. Lucky me!


Non si può descrivere l'emozione che si prova la prima volta che si prende un'onda [e che non si cade!!!]. Dovevo avere chissà che espressione contenta e soddisfatta se due surfisti incrociati - e schivati, per puro caso - si sono messi a gioire con me!
Rimanere in piedi sulla tavola, il mare sotto di te, l'onda che ti spinge, Don che ti ricorda di non-guardare-giù-se-no-cadi, guardare giù (perché se qualcuno ti dice di non fare qualcosa finisci sempre per farla) e cadere, la tavola che sbatte pesantemente sul naso, rialzarsi e riprovarci, e riuscirci, avere ancora oggi - a distanza di giorni - diversi lividi e un taglio su un ginocchio per un incontro ravvicinato con una roccia, esultare alzando le braccia al cielo e gridando "yeah" ogni volta che non-ho-guardato-giù-e-non-sono-caduta. 


Ok, non posso sicuramente dire di avere imparato, ma ci ho provato: mi sono buttata, sono caduta, mi sono rialzata e ci ho provato ancora. Che è un po' quello che continuo a fare con la mia vita.

Finita la lezione, mi sono premiata con un enorme gelato in riva al mare, con un altro giro di shopping (come se mi servisse una scusa per comprarmi qualcosa) e con una cena da Egg's & Things, take away per non perdermi il tramonto (il primo alle Hawaii, visto che dalla parte dell'isola in cui sono io il sole sorge. E non ho ancora avuto le forze per svegliarmi all'alba). Per concludere in bellezza una giornata quasi perfetta, il cielo e le nuvole mi hanno regalato un bellissimo #sunset, mentre alle mie spalle, sul prato accanto alla spiaggia, iniziava uno spettacolo di hula.


Pensieri sparsi:
- non so se è la stagione o la nuvola personale che mi ha seguita dall'Italia in Costa Azzurra, e ora anche qui, ma ultimamente piove un po' troppo per i miei gusti
- quando non piove, il sole picchia parecchio: il bello è stato accorgermi di essermi ustionata naso e spalle nel camerino di un negozio, provandomi un vestito che poi non ho nemmeno comprato
- gli italiani sono davvero dappertutto, e anche i bolognesi. E io sono riuscita a farmi impezzare dall'unico altro bolognese nei paraggi durante il tramonto (tra l'altro, o era un ultra40enne o i suoi anni li portava malissimo; e considerando che struccata e con la faccia da mare io dimostro ancora meno anni di quelli che dimostro di solito - che sono comunque meno di quelli che ho - era anche un po' inquietante)
- negli ultimi giorni il cielo sopra Lanikai mi ha regalato un arcobaleno coloratissimo e una luminosissima luna piena
- mi è stato fatto notare che dovrei guardare a quest'esperienza come ad un lato positivo della crisi. In effetti, se avessi trovato un "lavoro vero" probabilmente non avrei mai fatto surf. E allora guardiamolo, questo lato positivo
- in posti come Starbucks, o dove comunque devono scrivere il tuo nome (ad esempio su un bicchiere) per individuare il tuo ordine, il mio nome getta tutti nel panico. L'ho visto scritto con la Z (Elizabetta) e con una sola T (Elisabeta). E c'è chi lo traduce direttamente, per comodità (e a me Elizabeth piace un sacco!)
- sulla spiaggia di Waikiki gira anche tantissima polizia, e ci sono tantissimi homeless
- esistono davvero ristoranti in cui ti fanno aspettare al bar con un cercapersone che vibra quando tocca a te
- se si pensa di prendere un autobus, è meglio ricordarsi di portarsi sempre dietro una felpa: gli autisti hawaiiani tendono ad esagerare con l'aria condizionata
- allo Starbucks di Waikiki (quello dove ho fatto colazione io, all'angolo tra Kapahulu Ave. e Kalakaua Ave.) si può trovare una delle opere del fotografo Clark Little: non vi dico nulla di più per non togliere la sorpresa a chi non lo conoscesse, ma ringrazio il mio amico Charles per la bella scoperta.

Aloha! 

giovedì 18 aprile 2013

Somewhere over the rainbow

Ho 28 anni, sono laureata da tre. E faccio la tata.
Ma sono alle Hawaii!
E nell'ottica del *guardiamo solo il lato positivo delle cose*, direi che fare colazione guardando l'oceano offre un gran bel punto di vista.

Ma analizziamo il tutto nel dettaglio:
  • Fatto n.1: "ho 28 anni"
    Ebbene sì, anche quest'anno mi è toccato compiere gli anni, Tra l'altro, considerando che oltreoceano il giorno del mio compleanno è arrivato 12 ore dopo, che gli amici hanno cominciato a farmi gli auguri con diverse ore di anticipo (ora italiana + caos da fuso) e che sto ancora mangiando fette della mia torta, posso dire che è stato il compleanno più lungo di sempre. Il fatto è che i trenta si avvicinano inesorabilmente...Non sono una di quelle persone fissate con l'età (e visto che sembro più giovane già adesso, potrò calarmi gli anni ancora per un bel po' di tempo). Non temo i capelli bianchi (finora ne ho trovato solo uno che saltuariamente ricompare per spaventarmi, prontamente eliminato) e il mio decadimento fisico è iniziato ormai da tempo, quindi non è che due anni faranno chissà che differenza. Però se mi fermo un attimo a pensare a cosa ho concluso finora, bè.. i trenta si fanno ancora più pesanti.
  • Fatto n.2: "sono laureata da tre anni".
    L'ho realizzato solo l'altra sera e non ho potuto fare a meno di pensare a quanto sono passati in fretta questi tre anni e a quante cose sono successe e quante ne sono cambiate. E a quanto poco mi sia servita finora la mia laurea.
  • Fatto n.3: "faccio la tata" (o nanny, che fa più figo).
    Diretta conseguenza della presunta inutilità della mia laurea e della difficoltà di trovare un lavoro decente. A pensarci bene infatti, i miei precedenti lavori mi sono serviti più che altro per conoscere delle splendide persone.
  • Fatto n.4: "sono alle Hawaii"
    Ecco, pensiamo a questo! La famiglia per cui faccio l'au pair mi ha portata in questo piccolo angolo di paradiso per un mese (!!!) e credo che potrei tranquillamente fermarmi qui per sempre. La gente è gentile e cordiale, sorridono sempre tutti (e ci credo!), faccio colazione guardando il mare e appena ho anche solo 10 minuti liberi posso scappare in spiaggia, guardare le onde, ascoltare musica, fare foto a ignari passanti e buttarmi in acqua (anche se giocare con le onde senza i tentativi di affogamento da parte dei miei fratelli non è ugualmente divertente).
Qualche foto, giusto per farvi un po' di invidia




(il fatto che il sole tramonti dall'altra parte dell'isola ha risparmiato ai miei amici un'infinita serei di foto taggate #sunset)


Qualche appunto random sul viaggio (cioè cose di cui non vi importa nulla, ma le scrivo lo stesso):

- per arrivare qui ci sono voluti quasi due giorni (con una sosta a Los Angeles) e qualcosa come sei caffè per sopravvivere alla sveglia delle 4 del mattino, al fuso e al jet leg, ma ne è valsa la pena. Decisamente!
- se hai i soldi, viaggi meglio. Ok, è un dato di fatto, un'ovvietà.. ma ho vissuto in prima persona la differenza che c'è tra il passare le tre ore di attesa tra un volo e l'altro nella saletta vip dell'aeroporto di Londra, piuttosto che sulle scomodissime sedie (che poi ti siedi solo se sei molto fortunato) che usano i comuni mortali. Un altro mondo!
- la British Airways ha una fantastica offerta di film da vedere durante il volo: ho finalmente visto Django (in lingua originale.. magari me lo rivedrò in italiano - o almeno con dei sottotitoli - giusto per capire tuttituttitutti i dialoghi) e Argo (molto molto bello).
- se non viaggi in prima classe, il cibo lascia comunque molto a desiderare: sandwich dal dubbio contenuto, spuntini discutibili e caffè annacquatissimo (anche se è comunque caffè, e quando sei sveglia da 20 ore va bene tutto). Certo che se per pranzo servi pollo al curry alla maggior parte dei passeggeri, è inutile stupirsi se poi l'aereo puzzerà di curry per tutta la durata del volo. 
- gli italiani sono davvero ovunque. E sono sempre i più rumorosi. Per tutta la durata delle 11 ore Londra-Los Angeles ho finto di non essere italiana per evitare di essere impezzata dall'irritante coppietta felice seduta accanto a me.
- visto che me l'avete chiesto in tanti: non mi hanno messo al collo nessuna collana di fiori quando sono scesa dall'aereo (se ne volete una, fate sì che all'aeroporto venga a prendervi qualcuno e che ve la porti, altrimenti fate come me e compratene una da poco, da riutilizzare per l'AlohaParty che organizzeremo non appena tornerò a Bologna!)
- a Honolulu c'è David&Goliath: dopo aver lasciato quasi uno stipendio nello stesso negozio a Londra, sono riuscita a spendere anche qui (dove è chiamato The Stupid Factory) una sproposita quantità di dollari in pochissimi minuti.
- la musica hawaiiana mette proprio allegria, e alla radio passano spessissimo una delle mie canzoni preferite, Somewhere over the rainbow. Ah, ho anche scoperto che l'hawaiiano si legge esattamente così com'è scritto, quindi ora so che tutti proverete e pronunciare nel modo giusto il nome del cantante: Israel Iz Kamakawiwo'ole.
- i pancake qui sono davvero ottimi!

Aloha!